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10 May
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Le ho mai raccontato del vento del nord - Daniel Glattauer ”Spesso, strada facendo spuntano possibilità escluse in partenza”.
Se dovessi dare un voto da 1 a 5 a questo libro gli darei un 3. Non è un brutto libro, ma non è nulla di speciale. Altri lettori lo hanno esaltato tantissimo, ma se non fosse per il finale che è più accattivante, che ti tiene con il fiato un po’ sospeso, finirebbe per essere un pochino monotono. Personalmente non amo i rapporti a distanza e a lungo andare non mi piacciono i rapporti che si trasformano in ”altro” senza del ”concreto”. I due protagonisti, Leo e Emma, a causa di un’email mandata ad un indirizzo sbagliato cominciano a scriversi, e lo fanno per quasi due anni. Non è una semplice amicizia virtuale, piano piano si trasforma in qualcosa di più, sempre un po’ più grande, fino ad arrivare alle ultime pagine in cui ciò che si immagina è la conclusione di questa relazione nel modo più felice che esista. Ed è proprio qui che il libro ti lascia col fiato sospeso! E’ scorrevole, scritto bene, molto ”moderno”, riesce a tratti anche ad incuriosirti nonostante la storia dal di fuori possa sembrare banale, ma nonostante tutti i lati positivi che può avere non è un libro che mi ha entusiasmata. Sì, lo ripeto, il finale è molto intrigante magari, ma non ho trovato in questo libro quello che spesso cerco leggendo: una parte di me. L’ho letto immergendomici per metà, rimanendo sempre un passetto fuori, con un’ottica più esterna rispetto a come sono solita leggere. Non mi ha coinvolta del tutto. E c’è una cosa che proprio non mi è piaciuta: alcune frasi di per sé molto belle sono come buttate lì, senza un vero senso. Mi spiego: ogni tanto trovi qualche bella frase, una di quelle che magari sottolineeresti, ma nel contesto sembra campata in aria. Sì, c’entra magari nel testo, ma sembra comunque fuori luogo, di un tono troppo ”in alto” rispetto al resto. Non so se leggerò il seguito, ”La settima onda”. Non lo ritengo un libro ”speciale” e non so se avrò la voglia di concedermi un bis.
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05 May
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La schiuma dei giorni - Boris Vian ”Questo è Colin” disse Isis. ”Colin, le presento Chloé”. Colin deglutì. Sentiva in bocca un solletico, come se stesse mangiando frittelle bruciate. ”Buongiorno!” disse Chloé… ”Buong… Per caso lei è stata arrangiata da Duke Ellington?”
Boris Vian è un poeta, scrive in modo meraviglioso e grazie al tono frivolo, frizzante e quel tocco di surrealismo riesce a trattare una tematica tragica come quella della morte in modo mai pesante, riesce a renderti partecipe e allo stesso tempo ti tiene distaccato. Il libro si concentra su varie tematiche: l’amore, che è il tema principale visto che ”La schiuma dei giorni” è una storia d’amore, il lavoro, la cultura, le relazioni sociali/ricchezza-povertà. Colin si ritrova a dover lavorare per curare la malattia di Chloè; cominciare a fare qualunque lavoro gli capiti (lavori abbastanza surreali, ma tutto il libro è basato su questo) e già questo ci fa capire quanto il suo ideale, il lavoro non nobilita, ti fa diventare una sorta di macchina, sia sbagliato: è l’esatto opposto. Colin si mostra sotto il lato più ”umano”, meno ”figliocco di papà”, meno surreale. Questo tema da parecchie riflessioni. La cultura: Chick è ossessionato da Partre, colleziona tutto, dai suoi libri alle sue impronte digitali ai vestiti, è un maniaco. Legge tutto, registra tutto, partecipa ad ogni conferenza. Si chiude in un piccolo mondo costituito esclusivamente dal suo ”idolo”, il suo vero ”oggetto d’amore”. Tanto che poi Alise, la sua fidanzata, è costretta ad andarsene, a lasciarlo. Questo ci fa un po’ capire quanto non bisogna mai e poi mai chiudersi totalmente in qualcosa, estraniarsi dal resto del mondo, che siano anche i libri. Puoi amare leggere, esserne tantissimo appassionato, ma mai la tua passione deve diventare ossessione. La passione è data, secondo me, proprio dal confronto. Guardo, mi interesso, studio tutto il possibile, tutto ”il resto” che non sia il mio interesse preferito, e proprio dal confronto con le altre cose mi affeziono, mi appassiono a quello che amo di più. Non ci può essere esclusività, come non ci può essere in nessuna cosa, faresti morire quella ”cosa” tanto amata asfissiandola, nel peggiore dei modi visto che deve essere sempre alimentata! E infatti, quello che succede a Chick ne è la chiara dimostrazione. Da il fine della sua storia d’amore, alla fine dei soldi e così della sua vita, c’è la più limpida dimostrazione che se ti chiudi ti autodistruggi. I rapporti sociale/ricchezza-povertà: quando Colin diventa povero ecco che il prete (Religioso) lo vedo sotto una cattivissima luce, il trattamento che le viene riservato è degradante, misero. Un funerale che più orribile non si poteva. Tutto si basa sui cari dobloncioni, se li hai bene, se non li hai puoi avere una bara abbozzata, una cerimonia disonorevole, e puoi anche essere seppellito fuori dal mondo. Se ci fai caso non sono tematiche che passano mai di ”moda”. E poi quello più difficile l’amore. L’amore in questo libro è visto sotto vari aspetti, c’è l’amore/suicidio (come anche quello del topino, è un’immagine che forse può sembrare ”tenera” ma se ci si pensa bene non è così). C’era una frase che diceva che il suicidio è un atto di coraggio o di grande amore per la propria vita e ecco questo ne è il chiaro esempio. Cosa ti può portare a fare l’amore (quello vero, intenso)? Qualunque cosa, anche la peggiore che è quella di togliersi la vita, non vivere più, annullarsi. L’amore di Colin era troppo, incontenibile. Con la malattia di Chloè piano piano tutto è andata a restringersi, dai suoi soldi alla sua casa, fino alla sua vita. La malattia ha corroso qualunque cosa lo riguardasse, ed è per questo che poi, alla fine, si è così lasciato andare. Tanto amava Chloè quanto il vederla star male lo rimpiccioliva, fino a diventare nulla, fino a provare odio estremo anche per quella ninfea. E’ qualcosa di travolgente l’amore, totalizzante. Però, nonostante tutto, anche se temporaneo o doloroso credo vada vissuto sempre, senza paure, senza privazione. Credo che cinque minuti di amore come quello valgano tantissimo, quasi una vita. A parer mio è il miglior sentimento che possa esistere. E’ un libro che mi ha toccato, e mi ha fatto male sotto certi aspetti. E’ doloroso e claustrofobico ma allo stesso tempo dolce, travolgente e appassionante.
”La Schiuma dei Giorni è una storia d’amore, una commedia, una tragedia, una critica della società, delle mode, il tutto contemporaneamente”.(lesventsdenorwege)
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27 April
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Cassandra - Christa Wolf ”Allora fui costretta a chiedermi di qual sorta di resistente sostanza sono le corde che ci legano alla vita”.
E’ un libro a cui ti devi dedicare. Non puoi leggerlo mentre hai un attimo libero, mentre non sai cosa fare o aspetti l’autobus, gli devi donare un po’ del tuo tempo. Già semplicemente dallo stile dell’autrice, quel suo modo di utilizzare la punteggiatura, capisci che è un libro diverso, più vai avanti e maggiormente entri nel racconto. Cassandra, già da subito e ancora di più man mano che vai a avanti con la lettura, diventa una parte di te, la senti vicina, percepisci i suoi sentimenti, le sue angosce, comprendi i suoi pensieri. E’ un personaggio unico. Ti fa vedere le vicende della guerra di Troia sotto un altro aspetto, un altro punto di vista, quello femminile. Questo è un libro per donne. La Wolf è veramente una grande scrittrice, non ho letto nient’altro di suo ma se queste sono le premesse non posso che aspettarmi altri libri di questo livello. E’ il suo modo di narrare che stupisce, oltre al modo in cui sa descrivere una vicenda mitologica di così alto fascino. Non posso trascurare, inoltre, una parte del tutto ”personale”: c’è un po’ di me in Cassandra. Il modo di definirsi e descriversi, il modo di vedere le cose, il non darsi per vinta comunque, la sensibilità, l’autocontrollo; e poi c’è quell’amore per Enea che sembra quasi estraniarsi dal mondo pieno di guerra, uccisioni, tragedie e dolore che hanno intorno. Davvero non c’è nulla in cui pecca questo libro, niente. E’ un libro che andrebbe letto ad alta voce, recitandolo, e letto a qualcun altro. Me lo immagino come uno di quelli da leggere di sera, prima di addormentarsi, con affianco un’altra persona. Da leggere obbligatoriamente e condividere.
”E’ un libro che smuove qualcosa nel profondo. La sensazione che ho avuto è stata quella di avere delle corde nel petto, che ogni parola di Cassandra faceva vibrare potentemente. L’ho finito con le lacrime agli occhi.” (lesventsdenorwege)
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23 April
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Innocence - regia di Lucile Hadzihalilovic
Per analizzare questo in modo molto più profondo sicuramente è utile la lettura del romanzo da cui è tratto: ”Mine-Haha” di Frank Wedekind. E’ un film ”claustofobico, terribile e a tratti agghiacciante. Una delle frasi che mi ha colpita e sul quale sono rimasta a riflettere più di cinque minuti è: ”l’obbedienza è l’unica cosa che ci porta alla felicità”. Sembra un piccolo paradiso quando comincia: la natura, il suo rumore sempre costante tanto da metterti un’inquietudine addosso micidiale, gli animali, l’acqua. Tutto sembra bello e (quasi) sereno ma come passano i secondi, i minuti, tutto diventa distorto e cambia. Ogni minuti porta ad una riflessione. Fa quasi paura in certi momenti. E’ l’evoluzione della donna nel peggior modo che un’altra donna possa immaginare. Tenute in una sorta di bellissima campana di vetro, sono come l’oggetto di qualcosa, la loro vita ha un fine ben preciso per loro, che si nota (purtroppo) nel momento in cui un uomo nascosto dal buio del teatro lancia una rosa a queste bambine danzanti sul palcoscenico. Questa ragazzine vestite di bianco (abiti corti, trasparenti e al contempo vestite del colore della Purezza) sono educate, cresciute, per quello che verrà dopo, che le vedrà sempre essere in balia di qualcuno, mai loro stesse. La loro stessa identità gli è quasi celata, come viene spiegata la crescita della donna? Attraverso la metamorfosi di una farfalla (animale bellissimo ma il più fragile e quello che ha una vita brevissima). La stessa spiegazione delle mestruazione, momento fondamentale di una donna, ha un valore quasi secondario, è spiegato in un modo quasi banale. Tutto il film è pieno di simboli, se ci si ragiona ognuno porta a qualcosa. L’acqua: è sempre stato simboli di vita (nella letteratura almeno) e le bambine ci si immergano sempre quasi nude o/e vestite di bianco; anche nel momento finale quando la ragazzina è di fronte, in quel caso, a un ragazzo. Quel momento è simbolo di un nuovo inizio che sarà comunque ”pilotato”, la libertà non c’è nemmeno in quel caso. La bambina sorride in tutta la sua l’ingenuità ma a pensarci è in intimo e sotto l’acqua. C’è un altro simbolo: i funerali ”celebrati” sul rogo. Il collegamento alla storia antica è lampante. La ragazzina è morta dopo una disobbedienza, venendo meno quindi a quell’ ”obbedienza che porta alla felicità”, perciò bisogna liberarsene e un modo così macabro è appropriato. Inoltre, non si parla mai di chi scappa, come se non fosse mai esistito, perché tutto quello che esiste è lì, agire di propria spontaneità volontà porta a ”non esistere”. Poi c’è il colore bianco che torna più volte, anche nella natura; le bambine vanno in giro per boschi innevati in minigonna, una cosa raggelante solo a pensarci. Sembra un mondo-altro, lontano, irreale, inconcepibile, ma se poi ci si riflette su, a fondo e bene, analizzando minuziosamente, maniacalmente, alcune cose possono non essere così lontane, così ”troppo” distanti dalla realtà.
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22 April
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Il giro di vite - Henry James ”Aveva rotto uno strato di ghiaccio formatosi in chissà quanti inverni; chissà quali ragioni erano state responsabili di quel lungo silenzio. Perciò agli altri la dilazione dispiacque; ma quanto a me, erano proprio i suoi scrupoli a sedurmi”.
Questo libro per buona parte non mi ha stupito più di tanto, ma la fine ha qualcosa in più. E’ un racconto nel racconto che può essere sintetizzato con la parola “ambiguità”. Quando chiedi l’ultima pagina nella mente ti si affollano mille domande: esistono quei fantasmi o sono frutto dell’immaginazione dell’istitutrice? E i bambini, poi in realtà, sono vittime o complici? Sono realmente angelici, perfetti, o è una visione distorta dei loro atteggiamenti? Sono posseduti e nell’istante in cui vengono ”liberati” muoiono perché quei fantasmi dannati hanno vinto e quindi vi è di conseguenza la morte fisica? La morte di Miles è una metafora per il dissolversi delle ossessioni dell’istitutrice? L’ambiguità, il non sapersi dare una risposta è voluto dall’autore, non c’è dubbio, ci si arrovella il cervello per ora senza arrivare ad una conclusione definitiva. Gli ultimi capiti del libro ti lasciano incollata; l’inizio, non sembrava presagire tutta questa serie di eventi e soprattutto domande, sembrava una storia non banale, ma poco incisiva. Tutto invece si ravviva nel finale. Ti lascia incompleta, rimani senza capire veramente, dai mille interpretazioni, diverse, anche opposte e discordanti tra loro, ma non saprai mai qual è quella vera dell’autore. E il titolo ”Il giro di vite” che in inglese è ”The turn of the screw”? Appena lo leggi pensi sia il plurale di vita, tradotto in inglese invece capisci che non è così! Quale interpretazione dai a questo ”vite”, in italiano tanto ambiguo? Non lo so, non so che conclusione trarne se non quella che, nell’età in cui l’ha scritto avrà suscito paura nei lettori - e a me solo in alcune parti, ma piuttosto era angoscia - e che è un libro che va continuato seppure la storia inizialmente ti incuriosisce ma non troppo perché la fine così ‘diversa’ ed emblematica, merita e molto.
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22 April
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Diario di un seduttore -Søren Kierkegaard “Il suo cuore dimora sulle labbra, e non in forma di parole bensì in modo più amoroso: in forma d’un bacio.”
E’ un libro che da donna sono stata felice di aver letto. Ed è anche un libro che va letto sotto diverse luci. C’è l’immagine del seduttore, calcolatore, quasi maniaco o stalker dei giorni d’oggi se così si può definire; premedita tutto, ogni mossa, seduce per suo pure godimento personale, continua il ”gioco” fino al punto in cui può non ”rivelarsi”, insomma uno stratega in tutto e per tutto, che in certe idee si potrebbe anche accattivare le antipatie di una lettrice donna. Ma tutta l’opera è scritta con una altissima raffinatezza e una grandissima precisione. Nulla, come le stesse azioni del Don Giovanni, è scritto a caso, ogni riferimento non è casuale; tutta l’opera è studiata attentamente ed è già questo che la rende una grande opera. Poteva, a lungo andare, annoiare, essere prevedibile - e dopo un certo punto lo è - ma il suo marchingegno fa di Kierkegaard un genio. Il testo non va preso solo sotto l’ottica dell’uomo che quasi sfrutta la donna, che la seduce e la fa soggetto-oggetto di un suo semplice piacere, ma va anche preso come spunto per una riflessione sulla donna, sul suo ”mondo”, ne esce fuori, ragionandoci, una profondissima riflessione. Non in tutti i passaggi la donna è il fine ultimo di un piano congegnato, in alcuni tratti la donna viene ”elevata” a qualcosa di ”più”, ne vengono tracciate le enormi ricchezze e la frase ”soltanto nella libertà io voglio possederla” mi ha colpito particolarmente. E’ un’opera particolare, complessa, che ti induce a riflettere in ogni passaggio e assolutamente non può essere declassificata perché Kierkegaard è un seduttore, un ”egoista” oppure colui che è emblema di certi tipi di uomini. C’è il mondo femminile e l’arte - perché è un’arte - della seduzione, c’è la visione della donna amata quasi come oggetto ”cristallino” e dall’altra tutta la psicologia di un uomo che sa giocare col suo oggetto preferito come fosse una bolla di sapone in modo magistrale. Le chiavi di lettura vanno viste entrambe (o forse è meglio dire tutte), fermarsi a quella più superficiale, più ”ovvia” è un grosso errore, tanto da distorcere, banalizzare tutta l’architettura dell’opera. Lo ripeto, è un libro che va letto ma con l’interesse di farlo e il giusto e soprattutto equilibrato occhio critico. Se si riflette su quest’opera viene da porsi una domanda: qual è il destino più triste, quello di Cordelia, o quello di Giovanni?* E a pensarci, secondo me, Giovanni. Lui ha la splendida capacità di far innalzare l’oggetto amato, di renderlo qualcosa di più e questo credo sia la miglior capacità che si possa avere. Durante la lettura, per alcuni attimi, ho pensato che quello sarebbe il modo in cui ognuno dovrebbe amare: arricchendo l’altro. Credo che l’amore si regga anche sul donare cose di questo tipo, sentire l’altro qualcosa di talmente tanto grande da essere quasi indefinibile a parole. Lui sa far cambiare, ma non cambia. Quale ricchezza, quale gioia nella vita riceverà? Dona all’infinito, passa da una donna ad un’altra, da un amore all’altro, e a lui cosa resta nelle mani? Appunto il nulla. Cordelia finito quell’amore riconoscerà in lei stessa qualcosa di migliore. Ogni cosa, comunque vada, finisca, ha in sé qualcosa di bello, e quel qualcosa in noi rimarrà per forza. Cordelia è stata arricchita da un uomo così; Giovanni, invece, non si ritrova nulla, se non il ricordo, l’esperienza. L’opera gira proprio attorno a quello che, a mio parere è uno dei migliori temi, che è quello del miglioramento di chi abbiamo accanto. Lei è disegnata in un tal modo che è difficile da esprimere a parole, non la perfezione ma quasi. Quello di Giovanni è un rapporto, sempre e comunque, a senso unico e quindi non è quello che può dare la vera felicità e la gioia, almeno se non quella di un attimo. E’ un’opera, come ho già detto, che dietro alla semplice seduzione tratta una storia completamente diversa e ”altissima”. Se si nota solo la sua arte di sedurre, di volere Cordelia, si legge il testo nel modo più banale che si possa fare. E’ un elemento quello, sicuramente, però come si può non cogliere tutto il restante messaggio, importante e profondo, che c’è dietro? Giovanni riesce a vedere la vera essenza della sua amata, riesce a far diventare Cordelia quello che ”realmente” è. I suoi fini o i modi in cui ci è arrivato, sono, come dire, il livello primo. E’ un libro per me meraviglioso. La ”pecca” sta proprio nella poca ricchezza che ne ricava Giovanni, si ritrova fra le mani il nulla, dopo aver saputo vedere nella sua donna tutte le migliori potenzialità. Questi credo siano i libri che un po’ tutti debbano leggere, prima o poi.
*domanda suggerita da lesventsdenorwege
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22 April
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Frammenti di un discorso amoroso - Roland Barthes ”Nessuno ha voglia di parlare dell’amore, se non è per qualcuno”.
Analizzare questo libro è difficilissimo. Sarebbe quasi doveroso semplicemente sintetizzarlo con la frase: ”è un piccolo gioiello, un libro speciale. Quando l’avrai finito sarai una persona che vede l’amore e il suo oggetto amato con occhi diversi”. Come definirlo altrimenti? E’ un’enciclopedia, un vocabolario sull’amore, ogni parola è un segno che nel tuo amato e in te stesso ritroverai, ogni frase è intrisa di sensibilità e delicatezza. Nessuno può rimanere indifferente ad un libro così, quello che nasconde dentro non andrebbe neanche definito con una banale recensione, quello io ci ho visto non basta a farne capire tutta la grandiosità. E’ un libro in cui ritrovi momenti della tua vita, essendo stati tutti almeno una volta innamorati, ritrovi un po’ te stesso; ti immergi completamente in un elenco di parole (rigorosamente in ordine alfabetico) in cui ogni voce ti scopre un po’ di più. Va letto con una matita vicino, finirai per sottolinearlo quasi tutto e tutte le frasi, le parole che avrai segnato te le ricorderai, non passeranno nella tua mente così come se fossero niente. E’ un libro che Deve essere letto, ci dovrebbe essere una sorta di obbligo, legge, qualcosa che faccia imbattere almeno una volta tutti in questo gioiello. E’ breve e intensissimo. Ritrovi quei sentimenti che sai di aver provato, che sai di aver sentito, visto. Non so che altro dire, è talmente speciale… è sublime, poesia pura, ecco. E’ un libro che ho adorato perché altrimenti non si può fare. Da tenere nella propria libreria gelosamente, da leggere e rileggere in diversi momenti della propria vita.
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